Nuovo, nuovissimo, supernuovo
Tre da una parte e tre dall’altra. I primi tre sono giovani startupper, i secondi tre sono altrettanto giovani rappresentanti di equity e venture fund. In mezzo una società
VentureOut la cui missione è aiutare giovani imprese high tech ad accedere a nuovi mercati e raccogliere capitali. Un acceleratore, cioè una struttura che vuole aiutare le start up a rendersi autonome.
I primi tre sono ragazzi italiani, i secondi tre sono ragazzi americani. Più o meno hanno la stessa età: da 25 a 30 anni.
I primi hanno idee, i secondi hanno voglia di pesarle queste idee per finanziarle e guadagnarci sopra.
La scena è a New York in uno di quei posti che solo a vederli fa venire voglia di fare qualcosa di buono: un coworking, sulla Broadway davanti a una cinquantina di persone, viceconsole d’Italia nella Big Apple compreso.
I tre startapper presentano i loro business, i tre rappreentanti dei fondi chiedono spiegazioni, incalzano, spiegano, stroncano, approvano.
Alla fine si prosegue privatamente.
Perché giovani società italiane dal destino indefinito debbono cercare capitali per il loro business in una specie di Rodeo?
L’Italia ha stabilito che la start up è sostanzialmente una impresa giovane non quotata. Dentro c’è tutto e il contrario di tutto. Naturalmente è una definizione che serve a creare i presupposti per l’accesso a finanziamenti o agevolazioni.
Le start up – quelle vere – viaggiano in terreni nuovi: prodotti, mercati, organizzazioni.
Quasi un quarto delle start up italiane è in Lombardia, il 15 per cento in provincia di Milano